“La rivolta contro i Cutrara”: si alza il velo dell’oblio

L’iniziativa

L’associazione “Nostra Principalissima Patrona”, nella prima settimana di gennaio, ha promosso a Castellammare del Golfo un programma di appuntamenti in occasione della ricorrenza del 150° anniversario della cosiddetta “Rivolta contro i Cutrara”, che ebbe luogo nel paese tra il 1 e il 3 gennaio 1862. L’iniziativa, patrocinata dal Comune di Castellammare del Golfo e dalla Provincia Regionale di Trapani, si inscrive in una più ampia e variegata serie di eventi culturali denominata “Castellammare, tra mito, storia, fede e tradizione” (che l’associazione intende proporre nel prossimo futuro), ed è sorta dalla volontà di commemorare un importante e drammatico fatto storico castellammarese dalle molteplici e controverse cause e dai diversi risvolti, sul quale è purtroppo per troppo tempo caduto il pesante velo dell’oblio, e del quale si è smarrita quasi totalmente la memoria.

Un anno e mezzo dopo il passaggio delle truppe garibaldine, e 8 mesi e mezzo dopo la proclamazione del Regno d’Italia, si verificò a Castellammare la prima insorgenza anti-unitaria del nuovo stato: una violenta e furiosa rivolta popolare e politica contro la nuova classe dirigente, l’elite liberale che dopo la fine del Regno delle Due Sicilie aveva concentrato tutto il potere nelle proprie mani (da qui la definizione siciliana di “cutrara”: detentori della “cutra”, la coperta del potere). Ai terribili eccidi di alcuni membri delle famiglie “cutrara” e di alcuni uomini delle forze dell’ordine seguì una cruenta e sommaria repressione da parte delle forze sabaude, nella quale persero la vita sette vittime innocenti, tra cui un sacerdote ed una bambina di 8 anni e due mesi: Angela Romano. Fu un’autentica “guerra civile tra castellammaresi”, che, in quei primi giorni dell’anno 1862, insanguinò le principali strade del paese, la cui popolazione visse forse il momento di più alta tensione della sua intera storia, ma del quale si era smarrita quasi totalmente la memoria, nonostante avesse influenzato in maniera determinante il corso successivo degli eventi.

Una corona di fiori ed una Messa in suffraggio

Le prime due significative tappe della commemorazione si sono svolte il gelido martedì 3 gennaio: alle ore 12,00, presso la cappella del cimitero comunale, il sindaco Ing. Marzio Bresciani, accompagnato dal Presidente del Consiglio Comunale e da alcuni amministratori, ha deposto una corona di fiori in memoria delle vittime di entrambe le parti in lotta, in suffragio delle quali, alle 18,00, presso la Chiesa Madre Maria SS. del Soccorso, è stata celebrata da don Michele Antonino Crociata e da don Franco Giuffrè una Santa Messa per implorare misericordia per i caduti di morte violenta ed anche per coloro che, pur essendo protagonisti di quegli eventi, sopravvissero ad essi; un momento vissuto dai presenti con intensità di preghiera, sensibile commozione e sereno spirito di riconciliazione.

Il momento storiografico e teatrale

La terza ed ultima tappa della commemorazione, ha avuto luogo sabato 7 gennaio alle 17,30 al Teatro Apollo in corso Bernardo Mattarella: un appuntamento dal titolo “La rivolta contro i Cutrara – 150 anni nell’oblio”, presentato da Baldo Sabella e guidato dallo stesso insieme a Tanino Di Stefano, che ha registrato una rilevante partecipazione di pubblico castellammarese e non.

In apertura il presidente dell’associazione “Nostra Principalissima Patrona” don Franco Giuffrè ha spiegato:<<L’associazione, il cui compito fondamentale è la realizzazione della rievocazione storica del 13 luglio, ha voluto organizzare questo incontro poiché uno dei suoi scopi è quello di far memoria di alcuni avvenimenti significativi della storia castellammarese (senza peraltro alcun altro interesse). Intendiamo risalire alle nostre radici cristiane ed anche alle radici storiche del nostro vivere nel tempo da uomini e donne in questo nostro mondo>>.                                                                                                                                                              

Il sindaco Marzio Bresciani ha ringraziato l’associazione ed ha dichiarato:<<Quello che questo pomeriggio viene evidenziato  è un episodio di grande violenza. E’ sempre opportuno aver chiara memoria della propria storia. Questo evento potrà anche far vedere in luce diversa la storia dell’unità d’Italia (unità d’Italia che non è in discussione), ma la verità storica non deve mai fare paura a nessuno, anche quando potrebbe non essere utile alle proprie tesi: è fondamentale per conoscere il proprio passato e per porre le basi per il proprio futuro. Non è un bell’episodio quello che viene raccontato, ma dobbiamo assolutamente conoscerlo, proprio per crescere come cittadini >>.

E’ poi salito sul palco il maestro Fausto Cannone, che ha eseguito alla chitarra una sua canzone dedicata al magistrato Paolo Borsellino,anch’egli vittima della violenza (della mafia).

Dopo aver ricostruito sinteticamente la rivolta ed elencato le vittime, attraverso la narrazione degli eventi accompagnata dalla proiezione di antiche fotografie ed immagini e da diversi sottofondi musicali, Baldo Sabella ha voluto interpretare lo spirito dell’iniziativa affermando: <<Abbiamo avvertito, come associazione “Nostra Principalissima Patrona”, il dovere e l’esigenza (senza alcuna intenzione strumentalizzante) di recuperare la memoria pubblica e la consapevolezza popolare di questa rilevante e dolorosa vicenda, per squarciare la cortina di silenzio che si è frapposta fra essa e i discendenti dei suoi protagonisti, per consentirne un’accessibile comprensione, per ricordarne le povere vittime, ma anche per offrire un giudizio che sgorga dalla nostra fede cristiana e dalla nostra appartenenza ecclesiale. Crediamo, infatti, che la più preziosa ed appropriata cornice nella quale inserire la commemorazione di questa guerra civile locale (a 150 anni di distanza), non possa che essere una matura e doverosa purificazione della memoria, animata sia dalla sincera ricostruzione dei fatti nella loro innegabile verità, che da un ragionevole e cristiano spirito di riconciliazione e di perdono >>.

Per meglio comprendere la complessità del fatto storico è seguita un’intervista incrociata con domande alternate che Tanino Di Stefano ha rivolto ai due ospiti: il prof. don Michele Antonino Crociata e il dott. Francesco Bianco.

Crociata, dopo decenni di silenzio sul caso, nel 1968, nel corso di alcune ricerche sull’oggetto della sua tesi laurea in Lettere, si imbatté nelle più antiche fonti storiche sulla rivolta, realizzando così la tesi dal titolo “La Rivolta contro i Cutrara”. Inoltre, dopo aver insegnato storia per 40 anni, ha recentemente pubblicato “Sicilia nella storia”  (una storia della Sicilia in tre volumi).

Bianco (dottore in scienze politiche, già funzionario della Sicilcassa, nonché amministratore di Enti Locali) coltivando un vivo interesse per le vicende storiche nazionali, ed in particolare per quelle riguardanti la storia locale, ha approfondito le ricerche su alcuni fatti del XIX secolo, concentrandosi anche sulla rivolta contro i “Cutrara”: nel 2008, ha infatti, pubblicato “Castellammare del Golfo, 1 gennaio 1862”. Altri suoi testi sono: “Turriciano, brigante o partigiano”, e “Jaco e altre storie di Sicilia”.

Rispondendo alle domande il prof. Crociata ha sottolineato la condizione del meridione prima e durante la rivolta (soffermandosi sui primati del Regno delle Due Sicilie), ha spiegato chi erano i rivoltosi e quali motivazioni li animavano (l’abolizione degli usi civici molto favorevoli ai contadini, l’introduzione della leva obbligatoria che strappava alle famiglie le braccia più vigorose, diminuendone le possibilità di reddito, le leggi anticlericali che cacciarono dal paese i “padri camilliani-crociferi” che offrivano un gratuito ospedale, la posizione per loro incomprensibile del clero locale e siciliano e la volontà di buona parte dei suoi membri di affrancarsi della tutta siciliana ingerenza “regalista” dello stato nella vita della Chiesa.

Bianco ha evidenziato il profilo dei “cutrara” e dei “surci” (i filo-borbonici), la loro sostanziale omogeneità culturale-professionale, socio-economica ed anche familiare, i presupposti della rivolta che li investì (tra i quali spicca la promessa non mantenuta dell’assegnazione delle terre), i processi sui fatti e le loro ambigue conclusioni, la pacificazione successiva ed il suo prezzo; ha poi tenuto a sfatare pubblicamente il falso storico della presunta partecipazione di Pasquale Turriciano e della sua banda alla sommossa. Bianco ha ricordato chi diresse e guidò la rivolta, gli immediati obiettivi politico-familiari, gli imprevedibili trasversalismi tra le due parti e le singolari coperture, accennando alle strumentalizzazioni e agli oscuri retroscena che gravarono sui cosiddetti casi di Castellammare. Infine trattando delle vittime delle due parti, ha svelato le omissioni e le anomalie del registro dei morti del Comune in quei giorni, segnalando le pagine del libro dei morti della Chiesa Madre, sulle quali, in quei momenti drammatici e forse anche rischiosi per chi documentava i caduti, l’arciprete Girolamo Galante e il canonico Michele Carollo, trascrissero i nomi delle vittime, lasciando tra le righe anche qualche messaggio criptato.

E’ poi intervenuta la Dott.ssa Elena Plaia, pronipote dell’autore delle principali fonti sulla rivolta, il “cutrara” moderato ed idealista dott. Giuseppe Calandra (testimone oculare degli eventi), la quale ha letto alcuni brani de “L’Italiano cattolico”, scritto dall’avo, e ne ha delineato i tratti della personalità.

Il Crociata ha poi risposto all’interrogativo posto sugli esiti del processo (sugli imputati e le loro pene), e sulle conseguenze della rivolta, affermando:<<Sconfitto è uscito lo Stato con le sue istituzioni (questo è acclarato da fatti e documenti). I rivoltosi, chi prima e chi dopo, tornarono ai loro posti, ormai inevitabilmente subalterni; i “cutrara” tornarono come prima ai posti di comando. Però ci fu un soggetto che da questa situazione uscì veramente vincente sotto tutti i punti di vista. Mentre prima delle rivolta comandavano i “cutrara” e gli altri  erano al loro servizio, dopo tutti questi eventi e processi, anche se i “cutrara” formalmente continuarono a comandare e gli altri ad obbedire, il soggetto occulto dominante che cominciò a tenere le fila di ogni cosa, del potere politico, economico, amministrativo e  del ceto ecclesiastico, fu la mafia! Infatti assistiamo (come fenomeno di carattere generale) al sorgere di una mafia molto diversa da quella storica: nasce in quell’epoca la mafia moderna, una mafia che nei fatti si allea con lo Stato, poiché lo stato non riesce a controllare il popolo, in quanto l’unificazione fu fatta con la violenza, molto spesso contro il popolo, massacrando la gente, combattendo contro la Chiesa e i cattolici. Lo Stato per controllare popolazione e il territorio aveva bisogno di allearsi con un potere di fatto esistente e radicato nella società, cosicché abbiamo storicamente la prima legalizzazione informale della mafia, che poi si sarebbe interrotta con l’avvento del fascismo>>. 

Bianco ha risposto alla domanda sui 150 anni di oblio:<<Prima o poi l’oceano della memoria restituisce ciò che seppelliamo. I 150 anni di oblio sono dovuti al fatto che questi fatti erano troppo importanti per poterne parlare, in quanto specchio del malessere del meridione dopo l’unità d’Italia. Furono più importanti dei fatti di Bronte, i quali, essendo contestuali all’impresa garibaldina, avvennero un anno e mezzo prima, in un contesto politico-sociale molto diverso>>. Concludendo ha ringraziato il sindaco per avere deciso di intitolare una via alla piccola Angela Romano.

Sono seguiti gli interventi di alcuni presenti: il catanese professor Salvatore Musumeci, docente di Storia del Meridione e della Sicilia presso l’Università di Camerino, che ha sottolineato come in Sicilia orientale quasi non si parla dei fatti di Bronte. In particolare ha sostenuto:<<Dovremmo prestare molta attenzione al lavoro di tanti storici, anche locali, che in tempi non sospetti, hanno iniziato a scavare negli archivi, risultando spesso voci fuori dal coro. Rileggere la nostra storia può permetterci il recupero di quella identità che per una damnatio memoriae è venuta meno in questi 150 anni, facendoci soffrire e vivere male da siciliani e da italiani. Poiché è passato un assunto terribile: all’indomani dell’unità ci siamo ritrovati ad essere ridotti ad un popolo degradato ad una razza sottosviluppata, una terra dove “si diceva” che si vivesse fuori dalla legge. Di noi si scrisse tutto ciò che di negativo si poteva scrivere, così che ci siamo convinti che tutto sia stato sempre così. 2000 anni di storia non si potevano cancellare; eppure chi ci ha occupato è riuscito a farlo. E in questa damnatio memoriae abbiamo perso l’identità,  vivendo con quella sorta di frustrazione tipica di chi non riesce a dire: “Non eravamo, e non siamo così!”. La Sicilia è sempre stata laboratorio di civiltà, culla di cultura e terra di impegno politico per la legalità: la mafia l’abbiamo combattuta noi (escluso Dalla Chiesa, i caduti sono tutti siciliani). Ecco i motivi del nostro orgoglio, che devono emergere, e possono emergere soltanto se recuperiamo la nostra identità e facciamo valere i nostri diritti>>.

Sono poi intervenuti l’avellinese Alfonso Cerrati del movimento Neoborbonico, il dott. Ignazio Coppola (originario di Castellammare), autore del recente testo “Risorgimento e risarcimento”, e il giornalista alcamese Pier Francesco Mistretta.

A conclusione del pomeriggio sul palco dell’Apollo è andata in scena una breve ma toccante pièce teatrale scritta dal palermitano Filippo La Porta (già noto ai castellammaresi) sulla drammatica uccisione da parte delle truppe sabaude di Angela Romano: la pièce teatrale ha alternato dialoghi e monologhi di commento alla rivolta, culminando nella ricostruzione degli ultimi istanti di vita della bambina, interpretata in modo lodevole dalla piccola Anna Caleca, della stessa età della protagonista.

Manlio Buscemi

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